“L'Ospizio dei Trovatelli”… Il canile costruito da Totò

Questo umano senza saperlo era veramente un animalista. In tutti i sensi!
Non tutti sanno che Totò, nel 1965 fece costruire un canilea Roma, “L’Ospizio dei Trovatelli”, per l’epoca. era un canile moderno e attrezzato.
Spese ben 45 milioni di lire che in quel periodo era tanto denaro.
Vittorio De Sica, ripensando al grande uomo che era Totò, un giorno disse: “A parte l’artista ricordare l’uomo Totò mi riempie di commozione: era veramente un gran signore, generoso, anzi, generosissimo. Arrivava al punto di uscire di casa con un bel po’ di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno e, comunque, a chi glieli chiedeva.[..] Totò è senz’altro una delle figure italiane più importanti che abbia conosciuto nella mia carriera e nella mia vita.”
La poverbiale generosità di Totò, si estese anche e soprattutto ai cani, ai trovatelli, ai cosiddetti “randagi”, parola che ad Antonio de Curtis,  in arte Totò, non piaceva affatto.

Era solito andare a fare visita ai cani nei canili, li visitava a turno, sostenendoli economicamente. Dato che negli ultimo anni della sua vita, era diventato quasi del tutto cieco, si faceva accompagnare sempre da qualcuno. Nel 1965, si decise a far costruire lui stesso un canile vicino Roma, che chiamò “L’ospizio dei Trovatelli”, dove venivano ospitati cani malati o feriti: si trattava di ben 220 cani.
Lietta Tornabuoni, critico cinematografico, una volta lo accompagnò in uno di questi canili. In un articolo apparso su “La Stampa” testimonia un ricordo personale del rapporto che univa Totò ai suoi randagi, un amore corrisposto, i cani, riuscivano a percepire che lui li amava.
Durante le sue visite, si poteva osservare sempre la stessa scena. Totò scendeva dall’auto e entrava dai suoi trovatelli.
Una festa: gli si precipitavano addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto.
Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli.
Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta».”
Eppure in questa definizione, “cane” e basta, era racchiuso tutto il suo grande amore per ciascuno di loro, indistintamente.
Totò amava giocare con i cani, divertirsi, stare semplicemente in mezzo a loro e, sicuramente, anche “ci chiacchierava anche”.
Totò non nascondeva di sentire nei confronti dei cani, una stima ed una simpatia maggiori rispetto a quelle che nutriva nei confronti degli umani.
In un’intervista condotta dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, alla domanda sui motivi per i quali recitasse anche in film di scarsa qualità, il grande Totò rispose:
– “Signorina mia (…) io non posso vivere senza far nulla: se vogliono farmi morire, mi tolgano quel divertimento che si chiama lavoro e son morto. Poi sa: la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani… I cani costano…”.
– “Duecentoventi cani?!? E perché? Che se ne fa di 220 cani?!” –
“Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato lo stesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene lo stesso, lo abbandona e lui le è fedele lo stesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo. (…) Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.”-
Totò ha avuto anche cani “suoi”. Uno dei più noti è Dick, un pastore alsaziano, un cane poliziotto in pensione. Dick apparve anche in uno dei suoi film, “Totò a Parigi”, ed è proprio a lui che Totò dedicò una delle sue brllissime poesie.
Totò, essendo un nobile, volle dare titoli nobiliari anche ai suoi cani…: “Dick, il mio cane lupo, era invece barone. Peppe, il mio cane attuale, è visconte. Visconte di Lavandù. Gennaro, il mio pappagallo, è cavaliere. Li ho investiti io.” …
Così disse, durante la sua intervista. Era un grande uomo e un grande artista!

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